Un gesuita rifugiato politico

 

Oggi vi presentiamo un gesuita che sotto richiesta del generale ha fondato a Roma il Centro Astalli, un’opera della Compagnia che è parte del JRS, un servizio diffuso in tutto il mondo che si occupa dell’accoglienza di rifugiati politici, cioè di quelle persone che sono costrette a lasciare il loro paese a causa delle discriminazione di tipo razziale, politico o religioso.

Grum Tesfay, rifugiato etiope in Canada, primo gesuita nella storia del suo Paese, fu anche il primo presidente ufficiale del Centro Astalli.

Dal 1983 al 1987 si dedicò completamente ai suoi connazionali che come lui scappavano dalla feroce dittatura di Menghistu.

Erano i primi anni di vita del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati. Da pochi mesi p. Kolvenbach, nuovo generale della Compagnia aveva raccolto l’eredità di P Arrupe che nel 1981 aveva fondato il JRS.

Parlare con P. Grum è un occasione per capire la storia e l’impegno della Compagnia di Gesù al fianco dei rifugiati.

 

P. Grum ci racconti del suo servizio al Centro Astalli.

Nel 1983 ero studente di filosofia a Montreal. Venni chiamato a Roma da P. Kolvenbach. Mi propose di occuparmi dei rifugiati etiopi, miei connazionali che arrivavano in Italia fuggendo dalla dittatura.

Mi sembrò una richiesta naturale, solo pochi anni prima era toccato a me lasciare il paese, conoscevo quei ragazzi, le persecuzioni che venivano inflitte dal regime, parlavo la loro lingua.

Al mio arrivo trovai un gruppo molto attivo di volontari che, con dei giovani gesuiti, ogni giorno preparavano un pasto caldo per i tanti etiopi che si mettevano in fila a via degli Astalli.

Fui accolto con entusiasmo e vennero riposte in me da subito molte speranze. Per quegli uomini e quelle donne di buona volontà rappresentavo il mezzo per comunicare con i rifugiati che aiutavano quotidianamente, ma con cui era impossibile stabilire una relazione.

E così mi ritrovai immediatamente coinvolto nella vita del Centro. All’inizio non sapevo bene come comportarmi. Ripetevo nella mia mente le parole di P. Arrupe: “accompagnare, servire e difendere i rifugiati” e così feci nel senso letterale del termine.

Prima di tutto accompagnare: camminavo per chilometri ogni giorno al fianco dei rifugiati. Andavo con loro negli uffici, dal medico, li aiutavo a trovare una sistemazione.

 

Ci descriva il contesto sociale e politico in quegli anni in Italia nei confronti dei rifugiati

Nella società si respirava un clima molto solidale nei confronti degli stranieri. Per i rifugiati c’era una sorta di rispetto pressoché unanime. La tutela dei diritti umani, il sostegno alla causa dei popoli vessati dalla guerra e dalla dittatura erano molto diffusi sia tra laici che cattolici. Il razzismo era una realtà lontana nello spazio e nel tempo.

In quegli anni l’Italia applicava la Convenzione di Ginevra ancora con la riserva geografica, riconoscendo cioè lo status solo a chi scappava dai paesi dell’Europa dell’Est.

Ciò vuol dire che ogni giorno al Centro Astalli davamo da mangiare a 200 cosiddetti clandestini. L’unico documento che avrebbero avuto in Italia sarebbe stata la tessera della Caritas che distribuiva loro don Luigi Di Liegro.

In quegli anni lo Stato delegava per intero alla Chiesa l’accoglienza degli africani in fuga.

 

Cosa ha rappresentato per lei l’esperienza di quegli anni al Centro Astalli?

Furono quattro anni molto intensi per me: quando il mio mandato finì, tornai a studiare in Canada. Ci misi del tempo a ritrovare un equilibrio dopo quell’esperienza così forte. In Italia mi ero completamente dedicato ai rifugiati, con un coinvolgimento inevitabilmente totalizzante data la mia storia personale.

Capii che il mio essere gesuita non poteva prescindere dal servizio verso gli ultimi, la mia vocazione era questa.

Oggi a distanza di quasi trent’anni posso fare un bilancio positiv

 

 

o. Mi dedico con passione all’insegnamento universitario, alla formazione dei giovani in Etiopia e l’impegno verso i diseredati della terra continua.

L’Etiopia ancora oggi è un paese che perseguita, tortura, uccide i suoi figli. Purtroppo molti giovani sono costretti a fuggire. Il mio posto è dunque lì dove faccio il possibile per aiutare chi è perseguitato dal regime.

 

Che idea si è fatto in questi mesi di soggiorno a Roma del modo in cui vivono oggi i rifugiati in Italia?

Non posso esimermi dall’esprimere preoccupazione, disappunto e dolore per il fatto che le decine di uomini e donne che ogni giorno tentano di fuggire dalla guerra vengono bloccate in Libia e non riescono più ad arrivare in Europa. La politica dei respingimenti in Italia colpisce direttamente i miei connazionali che rivendicano il diritto alla protezione internazionale.

Mi auguro che l’Italia riveda la sua politica sul diritto d’asilo. In tanti sono morti per tali misure di contrasto alla cosiddetta immigrazione clandestina. Sono molto colpito da come tutto ciò accada nell’indifferenza della società italiana.

 

Intervista di Donatella Parisi.

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Il Centro Astalli: prima di tutto casa sua

 

Grum Tesfay, rifugiato etiope in Canada, primo gesuita nella storia del suo Paese, fu anche il primo presidente ufficiale del Centro Astalli.

Dal 1983 al 1987 si dedicò completamente ai suoi connazionali che come lui scappavano dalla feroce dittatura di Menghistu.

Erano i primi anni di vita del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati. Da pochi mesi p. Kolvenbach, nuovo generale della Compagnia aveva raccolto l’eredità di P Arrupe che nel 1981 aveva fondato il JRS.

Parlare con P. Grum è un occasione per capire la storia e l’impegno della Compagnia di Gesù al fianco dei rifugiati.

 

P. Grum ci racconti del suo servizio al Centro Astalli.

Nel 1983 ero studente di filosofia a Montreal. Venni chiamato a Roma da P. Kolvenbach. Mi propose di occuparmi dei rifugiati etiopi, miei connazionali che arrivavano in Italia fuggendo dalla dittatura.

Mi sembrò una richiesta naturale, solo pochi anni prima era toccato a me lasciare il paese, conoscevo quei ragazzi, le persecuzioni che venivano inflitte dal regime, parlavo la loro lingua.

Al mio arrivo trovai un gruppo molto attivo di volontari che, con dei giovani gesuiti, ogni giorno preparavano un pasto caldo per i tanti etiopi che si mettevano in fila a via degli Astalli.

Fui accolto con entusiasmo e vennero riposte in me da subito molte speranze. Per quegli uomini e quelle donne di buona volontà rappresentavo il mezzo per comunicare con i rifugiati che aiutavano quotidianamente, ma con cui era impossibile stabilire una relazione.

E così mi ritrovai immediatamente coinvolto nella vita del Centro. All’inizio non sapevo bene come comportarmi. Ripetevo nella mia mente le parole di P. Arrupe: “accompagnare, servire e difendere i rifugiati” e così feci nel senso letterale del termine.

Prima di tutto accompagnare: camminavo per chilometri ogni giorno al fianco dei rifugiati. Andavo con loro negli uffici, dal medico, li aiutavo a trovare una sistemazione.

 

Ci descriva il contesto sociale e politico in quegli anni in Italia nei confronti dei rifugiati

Nella società si respirava un clima molto solidale nei confronti degli stranieri. Per i rifugiati c’era una sorta di rispetto pressoché unanime. La tutela dei diritti umani, il sostegno alla causa dei popoli vessati dalla guerra e dalla dittatura erano molto diffusi sia tra laici che cattolici. Il razzismo era una realtà lontana nello spazio e nel tempo.

In quegli anni l’Italia applicava la Convenzione di Ginevra ancora con la riserva geografica, riconoscendo cioè lo status solo a chi scappava dai paesi dell’Europa dell’Est.

Ciò vuol dire che ogni giorno al Centro Astalli davamo da mangiare a 200 cosiddetti clandestini. L’unico documento che avrebbero avuto in Italia sarebbe stata la tessera della Caritas che distribuiva loro don Luigi Di Liegro.

In quegli anni lo Stato delegava per intero alla Chiesa l’accoglienza degli africani in fuga.

 

Cosa ha rappresentato per lei l’esperienza di quegli anni al Centro Astalli?

Furono quattro anni molto intensi per me: quando il mio mandato finì, tornai a studiare in Canada. Ci misi del tempo a ritrovare un equilibrio dopo quell’esperienza così forte. In Italia mi ero completamente dedicato ai rifugiati, con un coinvolgimento inevitabilmente totalizzante data la mia storia personale.

Capii che il mio essere gesuita non poteva prescindere dal servizio verso gli ultimi, la mia vocazione era questa.

Oggi a distanza di quasi trent’anni posso fare un bilancio positivo. Mi dedico con passione all’insegnamento universitario, alla formazione dei giovani in Etiopia e l’impegno verso i diseredati della terra continua.

L’Etiopia ancora oggi è un paese che perseguita, tortura, uccide i suoi figli. Purtroppo molti giovani sono costretti a fuggire. Il mio posto è dunque lì dove faccio il possibile per aiutare chi è perseguitato dal regime.

 

Che idea si è fatto in questi mesi di soggiorno a Roma del modo in cui vivono oggi i rifugiati in Italia?

Non posso esimermi dall’esprimere preoccupazione, disappunto e dolore per il fatto che le decine di uomini e donne che ogni giorno tentano di fuggire dalla guerra vengono bloccate in Libia e non riescono più ad arrivare in Europa. La politica dei respingimenti in Italia colpisce direttamente i miei connazionali che rivendicano il diritto alla protezione internazionale.

Mi auguro che l’Italia riveda la sua politica sul diritto d’asilo. In tanti sono morti per tali misure di contrasto alla cosiddetta immigrazione clandestina. Sono molto colpito da come tutto ciò accada nell’indifferenza della società italiana.

 

Donatella Parisi

Il Centro Astalli: prima di tutto casa sua

 

Grum Tesfay, rifugiato etiope in Canada, primo gesuita nella storia del suo Paese, fu anche il primo presidente ufficiale del Centro Astalli.

Dal 1983 al 1987 si dedicò completamente ai suoi connazionali che come lui scappavano dalla feroce dittatura di Menghistu.

Erano i primi anni di vita del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati. Da pochi mesi p. Kolvenbach, nuovo generale della Compagnia aveva raccolto l’eredità di P Arrupe che nel 1981 aveva fondato il JRS.

Parlare con P. Grum è un occasione per capire la storia e l’impegno della Compagnia di Gesù al fianco dei rifugiati.

 

P. Grum ci racconti del suo servizio al Centro Astalli.

Nel 1983 ero studente di filosofia a Montreal. Venni chiamato a Roma da P. Kolvenbach. Mi propose di occuparmi dei rifugiati etiopi, miei connazionali che arrivavano in Italia fuggendo dalla dittatura.

Mi sembrò una richiesta naturale, solo pochi anni prima era toccato a me lasciare il paese, conoscevo quei ragazzi, le persecuzioni che venivano inflitte dal regime, parlavo la loro lingua.

Al mio arrivo trovai un gruppo molto attivo di volontari che, con dei giovani gesuiti, ogni giorno preparavano un pasto caldo per i tanti etiopi che si mettevano in fila a via degli Astalli.

Fui accolto con entusiasmo e vennero riposte in me da subito molte speranze. Per quegli uomini e quelle donne di buona volontà rappresentavo il mezzo per comunicare con i rifugiati che aiutavano quotidianamente, ma con cui era impossibile stabilire una relazione.

E così mi ritrovai immediatamente coinvolto nella vita del Centro. All’inizio non sapevo bene come comportarmi. Ripetevo nella mia mente le parole di P. Arrupe: “accompagnare, servire e difendere i rifugiati” e così feci nel senso letterale del termine.

Prima di tutto accompagnare: camminavo per chilometri ogni giorno al fianco dei rifugiati. Andavo con loro negli uffici, dal medico, li aiutavo a trovare una sistemazione.

 

Ci descriva il contesto sociale e politico in quegli anni in Italia nei confronti dei rifugiati

Nella società si respirava un clima molto solidale nei confronti degli stranieri. Per i rifugiati c’era una sorta di rispetto pressoché unanime. La tutela dei diritti umani, il sostegno alla causa dei popoli vessati dalla guerra e dalla dittatura erano molto diffusi sia tra laici che cattolici. Il razzismo era una realtà lontana nello spazio e nel tempo.

In quegli anni l’Italia applicava la Convenzione di Ginevra ancora con la riserva geografica, riconoscendo cioè lo status solo a chi scappava dai paesi dell’Europa dell’Est.

Ciò vuol dire che ogni giorno al Centro Astalli davamo da mangiare a 200 cosiddetti clandestini. L’unico documento che avrebbero avuto in Italia sarebbe stata la tessera della Caritas che distribuiva loro don Luigi Di Liegro.

In quegli anni lo Stato delegava per intero alla Chiesa l’accoglienza degli africani in fuga.

 

Cosa ha rappresentato per lei l’esperienza di quegli anni al Centro Astalli?

Furono quattro anni molto intensi per me: quando il mio mandato finì, tornai a studiare in Canada. Ci misi del tempo a ritrovare un equilibrio dopo quell’esperienza così forte. In Italia mi ero completamente dedicato ai rifugiati, con un coinvolgimento inevitabilmente totalizzante data la mia storia personale.

Capii che il mio essere gesuita non poteva prescindere dal servizio verso gli ultimi, la mia vocazione era questa.

Oggi a distanza di quasi trent’anni posso fare un bilancio positivo. Mi dedico con passione all’insegnamento universitario, alla formazione dei giovani in Etiopia e l’impegno verso i diseredati della terra continua.

L’Etiopia ancora oggi è un paese che perseguita, tortura, uccide i suoi figli. Purtroppo molti giovani sono costretti a fuggire. Il mio posto è dunque lì dove faccio il possibile per aiutare chi è perseguitato dal regime.

 

Che idea si è fatto in questi mesi di soggiorno a Roma del modo in cui vivono oggi i rifugiati in Italia?

Non posso esimermi dall’esprimere preoccupazione, disappunto e dolore per il fatto che le decine di uomini e donne che ogni giorno tentano di fuggire dalla guerra vengono bloccate in Libia e non riescono più ad arrivare in Europa. La politica dei respingimenti in Italia colpisce direttamente i miei connazionali che rivendicano il diritto alla protezione internazionale.

Mi auguro che l’Italia riveda la sua politica sul diritto d’asilo. In tanti sono morti per tali misure di contrasto alla cosiddetta immigrazione clandestina. Sono molto colpito da come tutto ciò accada nell’indifferenza della società italiana.

 

Donatella Parisi

Una risposta a Un gesuita rifugiato politico

  1. michele renzulli scrive:

    Quello che p. Grum dice, è soltanto la constatazione vera di un comportamento,intollerabile del nostro governo, sia dal punto di vista ” cristiano ” che quello civile ed umano. A mio parere qeste parole,vanno indirizzate non ad una “generica nazione Italia” ma al governo in particolare ed alla Chiesa cattolica; puntuale quest’ultima su ciò che lede i suoi interessi, ma ambigua e condiscendente in altri casi, compresi quelli dei diritti umani.
    michele

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